Fiera della tosatura

“Sa Tundidura”, il giorno della tosatura

Il momento della tosatura, sa tundidura o tundimenta, è un vero e proprio rito, con i suoi luoghi (sos tundidorzos) e i suoi cerimoniali. È primavera inoltrata quando le alte temperature cominciano ad opprimere le pecore ed è tempo di alleggerirle dal vello.

 

Le pecore vengono tosate non solo perché la lana è utile, ma anche per ripulirle dalla sporcizia accumulata durante l’inverno e perché la lunghezza del vello può essere un impedimento per l’animale, soprattutto nella stagione estiva: l’animale, infatti, impigliandosi nei cespugli, si riempe di spine ferendosi.

Il giorno della tosatura coincide con il periodo di rientro dalla transumanza (migrazioni stagionali del bestiame dai pascoli di pianura a quelli delle regioni montuose e viceversa).
Su tunnintzu rappresenta un vero e proprio evento, che coinvolge l’intera famiglia, gli amici, i pastori confinanti. Ognuno ha un compito preciso: chi prepara i sacchi che andranno a contenere la lana, chi prepara gli strumenti di lavoro, le forbici (sos ferros de tundere) e chi prepara il gran banchetto, perché non c’è festa senza cibo e vino!

Si inizia al mattino con l’adunata delle pecore all’interno di un recinto chiuso (korte): le pecore si spaventano alla vista delle compagne senza lana e possono irritarsi violentemente. Ad una ad una le pecore (brebèis) vengono prelevate e portate all’esterno e sdraiate sul dorso, con una abile e rapida mossa.

Una volta a terra, alla pecora, vengono legate insieme le 4 zampe con una cordicella: la pecora è immobilizzata e in questo modo sarà più facile tosarla. Durante la procedura del taglio, è il tunnituri, ovvero il tosatore, a maneggiare le forbici e le moderne tosatrici elettriche.


Bisogna tosare la pecora in tutte le parti del corpo, dalla testa fino alla coda e bisogna tosare in modo tale che il vello venga via come una pelliccia, composto e uniforme. L’operazione non è affatto facile: serve precisione, forza e dimestichezza, anche per evitare che l’animale si faccia male. Finite le operazioni di taglio, la pecora è libera e ritorna nel recinto.

Sino a qualche anno fa, con la lana ricavata, i pastori guadagnavano del denaro, utile all’economia delle proprie aziende perché era abbastanza remunerativo. Oggi purtroppo non è così, perché un chilo di lana è pagato tra i 40 e 50 centesimi. La lana della pecora sarda è talmente resistente che prima veniva utilizzata per realizzare cuscini e persino materassi. Oggi, invece, viene utilizzata soprattutto per maglieria, tessuti e tappeti e ogni pecora dà circa 1Kg e mezzo di lana (l’ariete può arrivare a 2 kg e 800 gr).

Sa tundidura è una festa di voci, balli e sapori: già a metà mattina, a tutti i presenti viene offerto Su murzu, piccola colazione tipica dei pastori, a base di casu axedu (una sorta di yogurt ottenuto dal latte di pecora o di capra), interiora di pecora e vino.

Quando si arriva al korte si scelgono gli animali da macellare e, mentre i pastori danno il via alla tosatura, gli altri preparano uno dei pranzi più ricchi dell’anno, a base di carni, formaggi e vino.

Tra i cibi tradizionali, sa tratalìa e sa corda, arrosto di frattaglie confezionate a forma di treccia e cotte allo spiedo, casu marzu, il tipico formaggio marcio con i vermi, su kallu, stomaco del capretto contenente una crema di latte molto piccante.

Nel frattempo, si tengono diverse manifestazioni folkloristiche, canti e balli popolari. Il canto a tenore riproduce i suoni della natura e una delle voci richiama, come leggenda vuole, al belato della risorsa più importante per molti sardi: la pecora, appunto. Si cantano anche “muttos” e “muttettus”: canti in rima, improvvisati e dai contenuti burleschi e allegri.
La festa si svolge dal 1982 ed è uno dei momenti più intensi, essendo l’economia sarda ancora in gran parte legata alla pastorizia.