Storie di sardi del 21° secolo nelle Americhe


di Federico Pesiri e Stefania Maffeo

Il comune denominatore dei sardi nelle Americhe è l’essere sardi amanti della Sardegna, sardi cresciuti in Sardegna, che sono andati via cinque, dieci, venti anni fa, per affermarsi professionalmente, ma che la Sardegna la conservano nell’animo nelle parole, nel palato. La Sardegna ce l’hanno nel sangue, li segue come un’ombra e gli salta addosso appena la possono indossare.

Pietro Porcella

Pietro Porcella, giornalista cagliaritano e docente di italiano al Liceo “American Senior High School”, da svariati anni residente negli Stati Uniti, è solito raccontare nei suoi reportage i “luoghi della sardinità” cari ai suoi amici isolani che vivono nelle Americhe, in particolare a New York.
A cominciare dal DOC Wine Bar a Brooklyn di Claudio Coronas e la moglie Rosanna Patteri, dove si riuniscono i soci del “Cagliari Club NY NY” per serate speciali a base di is fueddus, is arrisus, malloreddus e Cannonau.

Silvio Podda

Silvio Podda, il presidente che ha preso il posto di Porcella a seguito del suo trasferimento a Miami Lakes, è a capo del reparto di chirurgia plastica cranio-facciale dell’Ospedale di St. James a Paterson New Jersey (vicino all’aeroporto di Newark). Ogni mattina presto lascia la sua magnifica Penthouse che guarda su Central Park West Avenue, attraversa il Washington Bridge e si dedica ad aggiustare visi e teste di persone vittime di incidenti gravi. Spesso parte in missioni umanitarie come medico volontario di Emergency per luoghi colpiti da guerre in Africa o Medio Oriente e salva la vita a uomini, donne bambini martoriati dalle bombe.

Giorgio Casu

Giorgio Casu, giovane pittore ed artista internazionale di San Gavino Monreale, ha decide di trovare la sua dimensione di uomo nel mondo a New York. Unisce stili colori e culture per creare una forma d’arte globale che ben presto arriva alla Casa Bianca.
“New York è la città più importante al mondo, più ricca di eventi e di produzioni culturali. Un giorno sono entrato in contatto con un’associazione dove la curatrice di una mostra che si doveva tenere alla Casa Bianca si è innamorata di un mio ritratto di Obama che avevo fatto per la sua elezione nel 2009. Così aveva scelto una ventina di quadri tra cui il mio, che è finito a Washington nel 2010 a maggio ed è stato scelto come il miglior ritratto di Obama. Oggi fa parte del Permanent Collection of White House” racconta Casu.
In seguito, ha esposto uno dei suoi dipinti più popolari, “The Owl”, al Times Square Center. Tra i progetti futuri ci sono la creazione di magliette con la riproduzione del Gufo presentato a Times Square, una collezione di Sari indiani e di chitarre elettriche, una nuova mostra ed un murales in Sudamerica, Colombia o Bolivia, dove trovare nuove influenze artistiche e collaborazioni.

Tante anche le storie al femminile

Elena Lecca, che ha lasciato Quartu per affermarsi nella Grande Mela ed occuparsi di incoming di gruppi internazionali al Park Meridien Hotel in piena Mid-Town; le sorelle Cossu di Thiesi: Giulia, commercialista, che cura i libri contabili delle più importanti ditte italiane dall’alto del 23° piano dell’Empire State Building, ed Elena, che si dedica alla diffusione in tutti gli States dei formaggi di casa.

America Latina


Sempre più giovani lasciano la Sardegna per andare molto più lontano al di là dell’Atlantico e verso sud, sotto la linea dell’equatore che ospita gran parte dell’America Latina. Giovani spesso altamente qualificati che vedono in un altro Continente possibilità diverse anche a quelle offerte dai gettonatissimi Stati Uniti. Chi sono questi nuovi emigrati? Cosa trovano dall’altra parte dell’oceano?

A queste domande provano a rispondere i freelance sassaresi Antonio Muglia e Salvatore Taras che, viaggiando tra Brasile, Argentina e Perù hanno incontrato molti sardi che si sono trasferiti in Sudamerica.

Viaggio dal quale nasce il libro pubblicato da Edes “Verso Sud” (con testi proposti in italiano ed in sardo).
Un volume che raccoglie le storie di chi ha lasciato la Sardegna alla ricerca di un futuro.
Tra le tante, nel testo, si narrano le vicende di Luca Lupino, classe 1978, manager che coordina le iniziative di marketing e comunicazione dell’Adidas a Rio de Janeiro.

Daniele Pinna e Iside Casu

Daniele Pinna, trentacinque anni, cresciuto a Guardia Grande (una delle borgate di Alghero) nel 2009 approda a Buenos Aires dopo aver maturato esperienze gastronomiche in diverse parti d’Italia e di altri Paesi europei. Oggi è un personaggio anche televisivo grazie al successo dei piatti che prepara nel suo ristorante, diventato uno dei più quotati della città, che ha un particolare legame con la Sardegna. Come riportano gli autori del libro sarebbe stata fondata nel 1536 da un gruppo di sardi al seguito dello spagnolo Pedro de Mendoza, battezzata con il nome della Madonna di Bonaria di Cagliari. Sarà anche per questo che è facile sentirsi a casa sulle sponde del Rio de la Plata, pur arrivando dall’altra parte del mondo.
Così sembra dalle parole di Iside Casu, imprenditrice e grafica sassarese che si è inventata una piccola, originale azienda basata sullo slogan “Amantar es amar”: la produzione di magliette comode e accattivanti studiate specificamente per allattare in pubblico in modo discreto e naturale.

Elisabetta Mannai, Alessandro Piras, Federica Angioni, Simone Pisu e Natalino Demontis

A Lima vive Elisabetta Mannai, cagliaritana che si è imposta nel particolare settore del coaching (consulenza motivazionale); Alessandro Piras che ha lasciato Orroli e lavora nell’ufficio comunicazione di un’importante associazione educativa; Federica Angioni partita da Guasila ed in Perù insegnante in un collegio bilingue; Simone Pisu, biologo nella culla della civiltà inca.
Speciale è la vicenda del “diversamente giovane” Natalino Demontis, da sessant’anni lontano da Sassari che costruisce candelieri a Cabo Frio, non lontano da Rio de Janeiro.

Sardi dell’ultima generazione, non di quelli emigrati a metà del secolo scorso per disperazione con la valigia legata a spago. Non di quelli invidiosi dell’altro o taciturni ed asociali.
Sardi moderni, tutti o quasi tra la ventina e la quarantina. Sardi che ogni anno o due fanno di tutto per tornare a casa per vedere famiglia ed amici e respirare la propria terra. Con la speranza che un giorno si possa rientrare fissi in Sardegna e si possa vivere in pace ed in maniera migliore la vecchiaia e la giovinezza di figli e nipoti.
Questa la prospettiva dei sardi d’America del 21° secolo.