Ajò in Australia: emigrazione di ieri e di oggi


di Federico Pesiri e Stefania Maffeo

“Mellus fillu de fortuna che fillu de gurrei”. Così recita un famoso proverbio sardo: meglio figlio della fortuna che figlio del re. Calzante più che mai per un popolo fiero e coraggioso, pronto a lasciare la propria terra per cercare nuove opportunità. Lo hanno dimostrato i flussi migratori nel corso degli anni a partire dalla fine dell’Ottocento. La politica demografica del fascismo portò ad un drastico calo dell’emigrazione, per poi riprendere dopo la caduta del regime, tra il 1960 ed il 1970, decennio durante il quale si accentuò lo spopolamento, soprattutto dell’interno dell’isola.

In questi ultimi anni si è assistito ad una nuova emigrazione, composta soprattutto da giovani nella fascia di 18-34 anni, talvolta in possesso di titoli di studio apicali, alla ricerca di esperienze qualificanti o di opportunità. L’emigrazione sarda, a differenza di quella del resto del meridione italiano, è caratterizzata da un sostanziale equilibrio di genere. Un numero crescente di figli e discendenti di emigrati sardi, nati nel Paese ospitante, che in alcuni casi hanno conservato la cittadinanza italiana ed in altri l’hanno perduta in ragione delle norme sulla cittadinanza – attuali o pregresse – del Paese ospitante, rappresentano una risorsa culturale e identitaria di grande importanza per la Sardegna. In ogni nazione dove risiedono molti di loro sono organizzati in circoli. Dal 1968 esiste un periodico Il Messaggero Sardo che viene distribuito a tutti i sardi nel mondo e, da alcuni anni, vi è anche l’edizione on-line.

In particolare, la rappresentazione sarda in territorio australiano non conta su grossi numeri. Ecco una carrellata dei circoli sardi attivi in Oceania in base alle zone. A Sydney vi è l’Associazione Culturale e Sociale Sarda di Sydney presieduta da Tania Zarodoukas (info@sardisydney.com). Invece la Sardinian Cultural Association (Sca) ha sede all’Assisi Centre di Rosanna ed è guidata da Paolo Lostia (sardi.melbourne@bigpond.com; www.sardi-melbourne.com). A Brisbane vi è l’Associazione Sarda del Queensland con presidenza affidata a Giuseppe Murtas (sardiqld@bigpond.net.au). A New Farm Fausto Zanda regge il Queensland Sardinian Culture Club ”Ulisse Usai” (nuragic_park_ulisse_usai@hotmail.com).

Ma quali sono in compiti di un’associazione? Tra i vari compiti, quello di identificare bisogni e necessità della comunità, avviando progetti per favorire l’integrazione, promuovendo l’italianità e tutto ciò che è italiano, collaborando sempre aggiornati e a passo con i tempi, con l’autorità diplomatica.

Una delle associazioni più attive è la Sardinian Cultural Association (Sca). Fondata nel 1987 dall’unione del Sardinia Club (risalente al 1969) e del Sardinia Social Club (istituito nel 1971), conta circa 250 iscritti. Il Sodalizio vanta significativi momenti: il riconoscimento, da parte della Regione Sardegna, arrivato nel 1988, “senza i cui fondi e contributi sarebbe molto difficile, dati i numeri esigui della comunità, portare avanti eventi e progetti di una certa sostanza” evidenzia il presidente Lostia, che è solito sottolineare come “la storia della Sca sia un esercizio di adattamento e che per promuovere la cultura sarda in Australia la parola d’ordine sia flessibilità”. Oggi l’associazione, in un’ottica di prospettive per il futuro, desidera aprirsi il più possibile a collaborazioni esterne, in particolare con i giovani. Procedendo in tale direzione, a curare sito e pagina Facebook ci pensano dei ragazzi. Grazie ad una rinnovata “multimedialità” la Sca è entrata nel circuito del Nomit, The Italian Network of Melbourne.

Un punto di riferimento fondamentale sono i Comitati per gli Italiani residenti all’estero. Più precisamente i Comitati dell’Emigrazione Italiana (Legge n. 205 dell’8 maggio 1985), sono organismi consultivi democraticamente eletti dai cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare di appartenenza: in Australia ci sono sei Com.It.Es, che svolgono un’assistenza continua e capillare, coordinata dai dodici volontari eletti che lo compongono.

Francesco Pascalis, romano, 66 anni, vive in Australia da 33 ed è giunto in Oceania ai tempi della grande emigrazione. Orgoglioso della sua “sardità” – suo nonno era sardo – Francesco, socio del Sardinian Cultural Association, è presidente del Com.It.Es del Victoria e Tasmania. Si è sempre occupato della comunità italiana, proponendo e valorizzando servizi di assistenza sociale ed educativa verso i connazionali. Diverse le proposte portate avanti tra cui progetti tipo “Erasmus” europei a ‘doppio senso’, che coinvolgano anche giovani australiani interessati alla cultura europea. Tra le conclusioni di una recentissima ricerca affidata a due studiosi dell’Università di Melbourne sono emerse alcune raccomandazioni indirizzate a far sì che ci sia un’attenzione diversa da parte delle autorità australiane verso la specifica situazione dei giovani italiani, con il superamento di problemi burocratici che riguardano i visti di soggiorno e alcuni casi di sfruttamento sul piano del lavoro.

“Ajo, ferrami il cavallo che vado a Thiesi per partire per l’Australia”. Questa la frase pronunciata nel 1948 da Nicotero Oppes che si apprestava a partire per il nuovo mondo, senza contatti né programmi se non quello di provare a ricostruirsi una nuova vita lontano dalla Sardegna. La frase, nella sua stridente immediatezza, sintetizza la decisione comune a tutti gli emigrati e l’incongruenza reale che traspare quando si affiancano due mondi così distanti: un cavallo da ferrare e l’Oceania da raggiungere.

E’ proprio la parafrasi di questa esortazione del signor Oppes a dare il titolo ad un prestigioso volume che raccoglie la ricerca sui sardi dello Stato del Victoria, pubblicato dall’Italian Australian Institute della La Trobe University (Fondazione Ruzzane-Grollo), con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna e grazie al grande impegno della Sardinian Cultural Association di Melbourne. Il testo “Ajo in Australia – Let’s Go to Australia” è basato su oltre cinque anni di lavoro da parte del ricercatore Saverio Minutolo che ha raccolto oltre cinquanta interviste. Uno studio di tipo qualitativo, che analizza e racconta le vicende di “tutti coloro che, a vario titolo, per nascita o origine sarda, fossero disponibili a raccontare la propria esperienza di emigrazione o quella dei propri familiari”, così come si legge nel testo.

Un quadro sicuramente non esaustivo, ma suggestivo ed affascinante: un racconto corale della comunità sarda che dà voce agli stessi protagonisti. Le narrazioni sono presentate seguendo un ordine cronologico dalle partenze in nave degli inizi del ‘900 agli spostamenti in aereo del nuovo millennio. Dal testo emerge, in base ad aneddoti, fatti e circostanze, la scelta di una più generica emigrazione italiana in Australia. Il volume dalle mille anime, composito, proprio come le storie raccontate, costituisce l’esempio di una lungimiranza istituzionale che – con l’appoggio dato a questa pubblicazione – giustamente riconosce l’importanza delle esperienze di coloro che non sono più visti come ‘emigrati’, bensì come “sardi nel mondo”.

Anche in Nuova Zelanda è attivo un circolo. Più precisamente ad Auckland, il Domus de Janas Incorporated Circolo Sardo presieduto da Antonello Fadda
(info@domusdejanas.co.nz). Nel 2016 due viaggiatori biellesi, Battista Saiu e Raffaele Zanella, hanno effettuato un giro del mondo in 80 giorni (tanto è durato) come quello compiuto dal più celebre Fogg di Verne, nella prospettiva di punteggiare il globo di nuovi circoli sardi e tenere alta la bandiera dei Quattro Mori (le teste nere eredi di secoli di storia ed emblema dell’antico Regno di Sardegna) passando per Sydney e per Auckland. Nell’isola dei Maori insegna Lingua Italiana all’Università di Auckland Franco Manai, tra i fautori del Sardinia Day all’interno del Festival Italiano in cui possono sentirsi profumi dell’isola e gustare l’agnello cucinato dal cuoco Umberto Cambosu.

Uno dei settori che maggiormente attrae le nuove generazioni di emigrati è la ristorazione. Qui in Australia non esiste una vera e propria cultura culinaria indigena. Le grandi città, come Sydney, hanno bellissimi ristoranti, ma quelli che praticano la buona cucina sono di solito gestiti da stranieri, in particolare da Italiani.

Diversi cuochi sardi varcano il mare, lasciano la loro isola, alla ricerca di nuove esperienze con la finalità di affinare le loro conoscenze culinarie. Uno di questi è il giovanissimo sassarese Marcello Arru, che lavora con grande successo e alta creatività professionale. “Ho realizzato il mio sogno venendo in Australia, dove risiedo dal 2011. Tramite un amico che lavorava qui a Sydney ho cercato di raggiungerlo e grazie a lui ho iniziato a lavorare in un ristorante che si chiama Manly Pavilion. In questo ristorante si pratica una moderna cucina australiana. I piatti più richiesti sono le carni, molto vicine per bontà a quelle della Sardegna. Cuciniamo agnello e maialino da latte. Come? Con cotture a bassa temperatura e per circa 24 ore. Il risultato è eccezionale. Prepariamo anche una piccola selezione di paste, molto apprezzate dalla clientela australiana”.

Chi è Giovanni Pilu? È un sardo che ce l’ha fatta in Australia. Produttore di bottarga di muggine oceanico, il suo Pilu at Freshwater” è anche uno dei ristoranti più in di Sydney, un punto di riferimento per chi desidera assaggiare specialità mediterranee. Ormai da anni collezione medaglie al merito per la sua gastronomia, lo chef sardo è ormai una celebrità. Citazioni dei più importanti quotidiani locali, menzioni della stampa di categoria e recensioni eccezionali su Trip Advisor e nei più importanti siti legati ai giudizi gastronomici. Cresciuto nel settore tra i fornelli dei ristoranti della Costa Smeralda, Giovanni, dal 1992, ha poi scelto l’Oceania e l’Australia e la sua scelta si è rivelata vincente.

Nativo di Sotza, frazione di Padru, fondatore e presidente del CIRA, “Consiglio dei Ristoranti Italiani in Australia”, istituito con lo scopo di salvaguardare la cultura culinaria italiana, Pilu ha aperto il suo primo ristorante nel 1997. Da allora il suo nome, anche fuori dall’Oceania, è sinonimo di successo all’insegna del cibo buono fatto seguendo e rivisitando la tradizione della sua terra. Cucina contemporanea con alla base ricette ed ingredienti genuini che provengono dai luoghi natii. Da quello di adozione, arrivano tutti i prodotti freschi ed alcune etichette, come l’apprezzata bottarga di muggini oceanici con il marchio “Pilu”. “Le uova dei pesci sardi sono insufficienti a soddisfare tutte le richieste. Molti ovari provengono dall’Australia per essere lavorati e rispediti fuori dall’Isola. Così, ho deciso di produrre direttamente la bottarga qui, dove c’è la materia prima utilizzata anche in Sardegna” spiega Giovanni Pilu.

Tante altre le storie di emigrazione positiva, tra cui quella di Stefano Rassu, cagliaritano classe 1976, da dieci anni in Australia e da cinque anni titolare del locale “Pomodoro sardo”. Tra gli ingredienti più usati nel suo locale ci sono i “Salumi Australia”, prosciutti ed insaccati, realizzati con le ricette tradizionali sarde, a Byron Bay dal giovane Massimiliano Scalas. E poi Enrico Pusceddu che a Sydney importa prodotti italiani: l’attività iniziata nel 1977 dal padre nel garage di casa, ora si è trasformata in un moderno deposito con cinque dipendenti che rifornisce oltre cento tra ristoranti, winebar e negozi.

Angelo Loi ha una bella storia. Di emigrazione, da Dorgali, perfettamente riuscita. Globalizzazione. Ma anche di Sardegna impoverita. Vive a Perth. Insignito del Nobel australiano per l’agricoltura. Fa ricerca nel campo delle foraggere presso il “Centre for Legumes in Mediterranean Agriculture” (CLIMA): ha rivoluzionato i sistemi di pascolo dell’immensa area a clima mediterraneo del Western Australia. Alcune varietà di queste leguminose, portano di sardo anche il nome: Caprera, Portòlu.

È un creativo dei campi, inventa erbai e pascoli con costi ridotti. E per ottenerli fa un uso minimo dell’acqua e dell’elettricità. Una innovazione rivoluzionaria perché sembra mettere in soffitta l’aratura profonda: non più vomeri che rivoltano il terreno fin sotto 50 centimetri, ma un nuovo macchinario quasi lo sfiora. Dice Loi: “Le arature profonde non sono solo un incredibile dispendio di energia umana ed economica, ma pregiudicano la fertilità del suolo impoverendolo, rendendolo asfittico, favorendo l’erosione e la distruzione della flora microbica utile allo sviluppo delle piante”. Continua: “Puntare al miglioramento dei pascoli seminando nuove specie altamente produttive, che possono essere pascolate e che devono essere sparse una sola volta perché sono in grado di persistere ed autoriseminarsi ogni anno. Inoltre arricchiscono il terreno di azoto per cui, ad anni alterni, si può coltivare nello stesso appezzamento del triticale con duplice uso di pascolo e granella oppure orzo. Ma senza utilizzare fertilizzanti azotati”. E poi la quadratura del cerchio: “Così si può produrre a basso costo la granella da destinare alle pecore e abbattere gli esborsi destinati ai concentrati”.  Nuove tecniche di semina allora. Con un occhio alla tradizione agraria sarda.