Arte orafa

L’arte orafa, simbolo sardo in tutto il mondo

L’arte orafa sarda secondo la leggenda fu tramandata dalle Janas, creature fantastiche in parte streghe in parte fate, le più conosciute tra le tradizioni popolari della Sardegna.
Il metodo di lavorazione dell’oro più antico è la filigrana, che consiste nell’intrecciare sottilissimi fili di oro e argento che poi vengono saldati tra di loro, una lavorazione molto complessa e articolata.

 

 

La prima comparsa della filigrana risale a Troia intorno al 2500-2000 a.C. Per tutto il medioevo e fino al XV secolo, nonostante il periodo non sia dei più floridi dal punto di vista artistico, la filigrana si diffonde in tutta Europa, venendo per lo più impiegata per coprire gli spazi liberi fra le gemme e gli smalti nelle lamine auree; particolare sviluppo ebbe la lavorazione a Venezia grazie anche ai contatti della città con il mondo orientale.
Questa particolare arte nel XVI sec. e in età barocca ricomparve in forme decisamente più preziose raggiungendo altre importanti città, come Genova. È difficile ipotizzare la comparsa della filigrana in Sardegna poiché non vi è traccia di pezzi originali, ma secondo i più esperti in Sardegna la filigrana ha fatto la sua comparsa successivamente alle invasioni fra il 1050 e il 1100, perché documenti dell’epoca dimostrano che a quei tempi si lavorava l’argento in una vasta gamma di forme.
È solo nel Rinascimento che l’arte della filigrana raggiunge in Sardegna il massimo sviluppo, con un considerevole numero di artigiani localizzati esclusivamente a Cagliari all’interno delle vecchie mura di Castello. Il ‘700 segnò una ulteriore svolta nella città di Cagliari, una fioritura che dura ancora oggi in tutta l’isola grazie al lavoro e alla passione di artigiani di altissima qualità.
Se inizialmente le “prendas”, i gioielli, venivano realizzati per adornare gli abiti delle famiglie aristocratiche, tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, soprattutto in virtù del fatto che si utilizzava anche l’argento, le preziose decorazioni comparvero anche sugli abiti delle classi meno agiate.
Tra i primi, e di maggiore importanza, centri della lavorazione dell’oro, furono Cagliari, Iglesias e Sassari, da dove poi la produzione si diffuse in centri minori.

 

Come già accennato, secondo la leggenda erano le Janas che, nelle loro case incantate, tessevano i sottili fili d’oro e d’argento alla luce della luna, intrecci di fili che diventavano stoffe ricamate con pietre preziose. E questo basta a far capire come fosse radicata la cultura dell’arte orafa in Sardegna, estremamente legata al costume tradizionale.

Bottoni, gemelli, collane e pendenti, spille, anelli, orecchini, amuleti ed oggetti sacri si ritrovano sì nei numerosi laboratori, ma si possono ammirare anche nei costumi tradizionali folcloristici nell’ambito della maggiore sagra popolare della Sardegna, la sagra di Sant’Efisio a Cagliari, e di altre celebrazioni popolari e religiose.

L’arte orafa è diventata col passare del tempo un simbolo della Sardegna in tutto in mondo.

CURIOSITA’

Nel passato, i gioielli avevano molti significati, le donne, soprattutto, li conservavano e tramandavano di generazione in generazione come oggetti sacri e preziosi.
Tra questi gioielli, assume particolare spessore l’anello, ornamento prettamente femminile realizzato secondo diverse tecniche. Un anello che presenta caratteristiche particolari è il maninfide (mani strette in atto di fede), l’anello di fidanzamento che ha incise due mani che si stringono e che suggellano il patto d’amore. Era tradizione che il fidanzato lo donasse alla futura sposa, ricevendo in cambio un coltello finemente lavorato con manico in corno o osso inciso ed arricchito da borchie e festoni di ottone.

Le donne sarde sono sempre state solite sfoggiare molti tra questi e altri anelli, addirittura dotati secondo le tradizioni popolari di poteri taumaturgici. Ad esempio, si sosteneva che gli anelli d’argento con incastonata una particolare pietra color miele tipica del Cagliaritano potessero alleviare l’emicrania.
Alto valore simbolico hanno anche le more o mura, orecchini la cui forma ricorda le more di gelso. Per capirne il significato, occorre dire che la mora era l’ultimo frutto di cui il bestiame si cibava prima che si avvicinasse il periodo in cui avrebbero partorito. Le more venivano infatti generalmente regalate dalla famiglia dello sposo alla neo-sposa come augurio di fertilità.

Questo patrimonio oggi rimane ricco del ricordo della tradizione ma è accostato alla ricerca di forme nuove e tecniche più moderne che con soddisfazione hanno portato a grandi risultati e interesse. Se ne volete sapere di più o se volete conoscere i laboratori più importanti consultate la pagina https://www.sardegnaartigianato.com/it, vetrina dell’artigianato artistico della Sardegna.


 
 

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